Indo…Vino, 5 rossi d’Italia alla cieca

Arrivando in associazione si respira un’aria strana. Poche persone, a confronto con le decine di partecipanti con cui siamo ormai abituati a condividere le serate di degustazione. E al posto dei soliti tavolini disposti liberamente nel grande salone, una tavolata a ferro di cavallo, di quelle che gli sommelier della Compagnia utilizzano per i momenti didattici, come saprà chi ha già avuto occasione di partecipare a una delle innumerevoli edizioni del corso di avvicinamento alla degustazione. Gabriele, Antonio, Angela, Fabio e Ivan riempiono i cinque calici che ciascuno ha di fronte a sé e poi si siedono in mezzo a noi. E’ a questo punto che capiamo che la serata assumerà i contorni di una vera e propria sfida e, per affrontarla al meglio, Gabriele svela le regole del gioco e ci presenta i nostri “avversari”: cinque rossi – provenienti da alcuni fra i più rappresentativi vitigni autoctoni dello Stivale – da riconoscere grazie all’utilizzo di tre strumenti unici e preziosi, la vista, l’olfatto e il gusto. I nostri sensi dovranno guidarci nell’individuare quale fra i nostri calici ospita un locale Barbaresco da uve Nebbiolo, un toscanissimo Rosso di Montalcino da uve Sangiovese, un Negroamaro nelle vesti di Salice Salentino di origine pugliese e, in rappresentanza della Sardegna e Sicilia, rispettivamente un Cannonau e un Nero d’Avola.

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Parte la sfida. Iniziamo a scrutare gli avversari “senza nome” perché, a saltare all’occhio, è subito la loro grande capacità di distinguersi nel colore: porpora, quasi dai riflessi violacei il secondo calice, granata scarico il quarto ed il quinto (che addirittura si stende sul bicchiere con un’unghia aranciata), di un rubino quasi impenetrabile il primo ed il terzo bicchiere. Qualcuno azzarda e condivide riflessioni ad alta voce: Sangiovese e Nebbiolo sono le uve meno pigmentate, a differenza delle altre uve che, per loro natura, ma anche grazie al sole e al clima di cui godono, rilasciano nel mosto una maggiore quantità di antociani, quelle sostanze che danno al vino il suo caratteristico colore. Qui, però, accorre in nostro aiuto Antonio, a ricordarci che altri fattori possono intervenire e modificare l’intensità del rosso che esaminiamo: l’annata e dunque l’invecchiamento del vino – nel tempo, infatti, il colore tende a perdere in intensità – ma anche il tipo affinamento, in acciaio o in legno, in botte grande piuttosto che in barrique.

La squadra decide quindi di procedere, utilizzando il secondo “potere” a sua disposizione: l’olfatto.  Ricordando le indicazioni ricevute sino a quel momento, avviciniamo il calice al naso per valutare l’intensità e la complessità degli aromi sprigionati dal vino, ma anche per cercare di descriverli e dare loro un nome. Ecco allora chi sente emergere sentori floreali – viola e rosa appassita nel quinto calice! – chi riconosce anzitutto richiami fruttati – frutti rossi maturi nel secondo e nel quarto! – e chi, invece, resta stupito dagli aromi speziati o tostati che si elevano dal primo e dal terzo bicchiere. Di nuovo qualche timida voce si fa sentire: “La viola? E’ tipica del Barbaresco!” ”Frutta rossa matura? Si tratterà di qualche corposo vino del Sud!”.

Indovino_2.pngNon resta che tirare fuori le ultime armi a nostra disposizione: il gusto e il palato per le sensazioni tattili. Avviniamo la bocca e, sorso dopo sorso, studiamo in profondità un avversario che ha già saputo ammaliarci con i suoi colori e profumi. Per vincere la sfida riceviamo ancora qualche utile consiglio da Fabio: morbidezza, acidità e tannicità sono alcuni degli elementi sostanziali da valutare prima di giungere al nostro verdetto. Sappiamo di avere a che fare con vini il cui tenore alcolico è piuttosto importante e ne abbiamo conferma quando la bocca è avvolta da un piacevole senso di calore. Ma a questa morbidezza si accompagnano altre sensazioni: la fresca acidità dei primi calici, la decisa rugosità al palato dell’ultimo, la piacevole sapidità del quarto, per chiudere con il corpo e il perfetto richiamo gusto olfattivo del calice centrale.

Il gruppo è galvanizzato da quest’avventura e ormai pronto per risolvere con successo  e con grande soddisfazione degli organizzatori  l’enigma.

  • Calice 1 – Salice Salentino DOC Riserva 2012 della cantina Cantele (Guagnano – LE): vitigno Negroamaro, 13% Vol e 6 mesi di affinamento in barrique di secondo e terzo passaggio
  • Calice 2 – I Fiori Cannonau DOC 2014 della cantina Pala (Sardiana – CA): vitigno Cannonau, 14,5% Vol e affinamento in cemento e inox
  • Calice 3 – Chiaramonte Nero d’Avola IGT Terre Siciliane 2012  della cantina Firriato (Borgata Soria – TP) : vitigno Nero d’Avola, 13,5% Vol e 6 di affinamento in barrique di rovere americano
  • Calice 4: Rosso di Montalcino DOC 2013 Bio della cantina Col D’Orcia (Montalcino – SI): vitigno Sangiovese, 14% Vol e 12 mesi di affinamento in botti di rovere di Slavonia di capacità compresa tra i 75 e i 150 hl
  • Calice 5: Barbaresco DOCG Sanadaive 2012, della cantina Marco e Vittorio Adriano (San Rocco Seno d’Elvio – CN): vitigno Nebbiolo, 13,5% Vol e 18 mesi di affinamento in botti di rovere da hl 30 a 50 hl

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A sorpresa, ci attende ancora il premio per la vittoria conseguita: stappare e gustare – ancora una volta alla cieca – un eccezionale Barolo Torriglione 2008 di Mario Gagliasso di La Morra e un suadente Amarone della Valpolicella 2007 di Cecilia Beretta. E per chiudere in dolcezza un Moscato 2015 di Paolo Avezza di Canelli.

Che dire, se non grazie?!? Faremo bagaglio di questa esperienza sensoriale ed enologica, pronti per le prossime, emozionanti sfide che ci attenderanno a La Compagnia del Calice.

           Alberta

 

 

 

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